Friday, 17 April 2015

Stop blaming religion for the Garissa attack – Kenya’s fraught history with Somalia is the real cause

Photo Credit: Noor Khamis/Reuters
"My heart is dull with pain, and I feel the pull to cover it all with that hard, now familiar, Kenyan cynicism and move on, which really means suck the very remaining soul of it dry."
Writer Binyavanga Wainaina wrote these words a few days after four gunmen from the al-Shabaab militant group entered the Garissa University College in north eastern Kenya and killed 148 people, most of them students.

More than two weeks later, Kenyans are still trying to come to terms with the profound tragedy. A collective grief has stabbed the nation, leaving it floundering for answers to a plethora of questions: how could Garissa have been avoided? Why was security not increased at the University College despite militants warning of an attack a week earlier? How many lives could have been saved had there been proper security on the campus? Why did rescue forces arrive so late? Why are Kenyan troops still deployed in Somalia? Where will Kenya go from here?

But for our present to be understood, our past has to be contended with first. We have to face up to the events in history that are no longer acknowledged by the majority of Kenyans.
READ FULL ARTICLE HERE

Monday, 13 April 2015

Kenyan Pavilion Biennale Venice 2015

HERE is my article (in Italian) about the misrepresentation of the Kenyan Pavillon at the 56th Biennale in Venice.

Michael Soi

Friday, 10 April 2015

147+1 #147NotJustANumber


we have lost
147+ 1 lives
147+1 names
not just bodies
147+1 visions
not just numbers
147+1 futures
not just citizens
147+1 is the number of your burden today
kenya

can you hear the voices and screams and tears and SOSs? 
STILL
- is this time of mourning

you failed us
words failed us

like a cartographer
you have drawn in bloody hands
a map of tragedy
from time to time
isiolo 1963
garissa 1980
wagalla 1984
garissa 2015
- once again
yesterday 
today

read full poem here

Friday, 27 March 2015

Munyori Literary Journal

My poem Mother is now online on Munyori Literary Journal


I
Does my whiteness
prejudices my worth to this continent
where I first breathed
and the sound cuddled  my tiny ear
like the blink of a soft jacaranda petal?
Does my forced exile
compromised the sense of belonging
to this land of lost fathers
whom I buried in grief too early –
though is never the right time for farewells?
I elected my space according to
emotion not geography
feeling not citizenship
intellect not borders.
I though myself as an illegal seed
carried in a borrowed womb
for mysterious reasons that eludes
the logic of the thought.
Elephants migrate spreading seeds in foreign lands
the wind blows above the soil
carrying a bunch of tiny gems
feeding new horizons,
why shouldn’t I be having the same journey?
A seed launched out of circumstances…
It comes a time you got to kill your mother
to find your own belongings
shrug off the virginity of a safe place
embed in a different landscape:
love  doesn’t have to coincide with blood
there’s a natural sentiment that comes along
ignoring given bonds.



.... continue reading  HERE

Tuesday, 3 February 2015

Lettera aperta a insegnanti e educatori sull'importanza di parlare delle MGF nelle scuole.

For my english readers I will just tell you that this is an "open letter" addressed to teachers and educators to consider #FGM a global issue and to start talking about it in schools. I addressed the letter in particularly to the Italian educators as Italy still considers FGM a "far" issue while every year 3 to 3.500 girls are cut. 


Lei è una scrittrice-attivista, che vive tra l’Europa e l’Africa. Valentina A. Mmaka è nata a Roma, ma naturalizzata sudafricana, da anni è impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle MGF (mutilazioni genitali femminili). Al riguardo ha scritto una lunga lettera aperta indirizzata agli insegnanti e ai dirigenti scolastici.
«Da anni ormai mi occupo tra le altre cose, di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle MGF, in particolare in Africa (nei paesi dove vivo) e di recente anche in Europa. Lo faccio con i mezzi e le competenze a mia disposizione, la scrittura, il teatro, la poesia, l’immaginario, la ricerca. Sono un’artista e quindi parlo da artista.
Il problema delle MGF l’ho conosciuto tanti anni fa quando vivevo in Kenya dove lavoravo con un collettivo di donne ad un progetto di teatro sociale e via via nel tempo ho raccolto testimonianze, dati, ricerche in giro per il mondo. Parte di questo materiale è confluito in un libro di prossima pubblicazione. Una delle tappe decisive del mio percorso conoscitivo delle MGF è stata nel 2011, anno in cui ho fondato a Cape Town, in Sudafrica, un collettivo di donne perlopiù immigrate da altri paesi africani, il Gugu Women Lab. L’obiettivo del collettivo era quello di identificare le possibili inter connessioni tra spazi e identità, attraverso un percorso artistico utilizzando principalmente la scrittura come mezzo di espressione. Nel corso del lavoro alcune delle partecipanti, mosse dall’intensità del lavoro collettivo e dalla presa di coscienza dell’efficacia della scrittura come strumento capace di creare impatto, hanno condiviso la loro esperienza di mutilazione. Provenienti da diversi paesi africani, Egitto, Senegal, Eritrea, Angola, Nigeria, Somalia, Kenya, le donne hanno raccontato il loro “taglio” e il percorso che hanno scelto di fare nel condividere pubblicamente quella loro esperienza rimasta soffocata nel silenzio del loro corpo ferito.
Nel 2013 sono venuta in Italia per promuovere il lavoro fatto con il collettivo nato in Sudafrica. E’ stata una bellissima esperienza, non solo per la risposta interessata del pubblico ma anche perché mi ha permesso di conoscere la situazione italiana sulle MGF e di prendere atto di quale sia l’impatto reale di questa tematica. Per prima cosa mi sento di denunciare il totale disinteresse dei media rispetto all’argomento. In secondo luogo le strutture sanitarie. Ho visitato consultori, ospedali, medici di base, centri di accoglienza e non ho trovato alcun riferimento sulle MGF, nessun volantino informativo, nessuno sportello apposito, nessuno che potesse fornirmi delle informazioni dettagliate su come prevenire il problema, né indirizzi o indicazioni di numeri verdi (ne esiste uno attivo in certi orari) a cui rivolgersi. Che sia capitata proprio nelle città sprovviste di simili servizi? Ma la tutela di una persona a rischio di abuso non dovrebbe essere un servizio disponibile su territorio nazionale? Ho provato a immedesimarmi in una donna che potesse avere bisogno di assistenza sanitaria o psicologica… avrebbe trovato il vuoto completo le eccezioni preferisco lasciarle da parte perché le vittime di MGF non dovrebbero dipendere dalle eccezioni che possono incontrare sul loro cammino!
Non voglio neppure soffermarmi a sottolineare i problemi di comunicazione che le donne richiedenti asilo (quando la motivazione è il rischio di essere mutilate) devono affrontare con ufficiali di polizia che spesso sono all’oscuro di cosa le MGF siano. Senza contare la mancanza di personale specializzato (medici, psicologi) ad assistere donne e bambine in questa delicata fase di richiesta di asilo.

L’Italia è molto indietro rispetto a tanti paesi europei, dovremmo dedurre che il motivo sta nelle statistiche, nei numeri? Certo nel Regno Unito le bambine a rischio di mutilazione sono 65 000 contro le 3500 l’anno in Italia. Un divario enorme ma non per questo meno importante. Ricordo tre anni fa Aldo Morrone, direttore dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), lanciava l’allarme che nonostante l’esistenza della legge, c’erano medici e anziane di varie comunitè migranti che a pagamento praticavano l’infibulazione. Non c’è motivo di usare l’imperfetto perché ancora oggi ciò avviene. Questo dovrebbe far riflettere sulla necessità di educare e formare, di informare e prevenire.
Ho tentato di proporre la tematica nelle scuole, per sensibilizzare i ragazzi, attraverso la mia performance (che ha ottenuto il patrocincio di Amnesty Italia per promuovere i diritti umani) e un laboratorio, ma dopo aver ricevuto mail di apprezzamento e di complimenti per il “bel lavoro” l’interesse non si è mai concretizzato, non quanto avrebbe dovuto. Le ragioni sono diverse, mancanza di fondi, mancanza di tempo, mancanza di interesse…mi domando come siano stati impiegati i 2.5 milioni di euro annui previsti dal Governo Italiano per attività di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine già sottoposte a tali pratiche come indicato dalla Legge 9 gennaio 2006, n. 7, quella che sancisce il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile in Italia. E’ dalla scuola che si deve cominciare a costruire un nuovo modo di pensare, un nuovo linguaggio, un cambiamento culturale e una presa di coscienza che porterà ad un mondo senza MGF.
Molti non sanno cosa siano le MGF, molti non hanno idea che si tratta di un problema che riguarda ben 140/160 milioni di donne in tutto il mondo secondo l’OMS. Molti non sanno che nei prossimi dieci anni circa 30 milioni di bambine rischiano di essere nutilate. Molti non sanno che non si tratta di un fenomeno esclusivamente africano. Molti non sanno che le MGF sono diffusa nei cinque continenti e non solo per via dei flussi migratori che ne hanno increementato il numero delle potenziali vittime, ma che sono presenti nei 5 continenti come usanza secolare. Molti non sanno che l’Islam non ne fa alcun cenno. Molti non sanno la sofferenza di coloro che subiscono le mutilazioni. Molti non sanno che le MGF sono una disabilità permanente e che possono costituire un pericolo di morte ricorrente nell’arco della vita di una donna.
Lo posso dire con certezza, perché ho parlato con la gente, ragazzi, donne uomini, anziani, operatori sociali, medici, insegnanti, avvocati, imam. Un vuoto totale. Un vuoto dovuto alla mancanza di informazioni, i media se ne occupano quasi solo eslcusivamente quando muore qualche bambina in seguito alla mutilazione. Non se ne parla in modo non pregiudizievole, non se ne parla in modo che le comunità migranti non si sentano minacciate da un giudizio esterno. I media dovrebbero avere un ruolo determinante nell’indirizzare un dialogo publico aperto a tutti. Non possiamo certo aspettare che siano le singole associazioni o ong ad occuparsene, tra l’altro alcune di esse tendono ad essere molto conservatrici quando si tratta di collaborare con realtà che vengono dall’esterno… è la triste esperienza che mi è capitata in alcune città italiane. Occorre che nel curriculum scolastico di ogni ragazzo ci possa essere uno spazio dove si possa parlare di diritti umani e includere le MGF tra i primi argomenti. Gli insegnanti stessi dovrebbero poter usufruire di formazione (non di lezioni di di antropologia o di sociologia) e incontrarsi con attivisti e artisti che ogni giorno lottano per diffondere conoscenza su questo tema. In Italia non ce ne sono molti, ma l’Europa è piena e oggi non è così difficile abbattere le distanze geografiche per un obiettivo così importante.

me
Sono madre di tre figlie adolescenti. Viaggiamo spesso, cambiando di frequente scuole in diversi paesi e continenti, le loro classi sono sempre più rappresentative di una società culturalmente eterogenea e in movimento. Sempre più frequentemente, soprattutto da quando sono partecipi attive del mio attivismo, si domandano se le loro compagne dalla Guinea, dal Senegal, dall’Egitto, dal Cameroun, dal Kenya, dall’Uganda, dalla Nigeria, dalla Tanzania non siano già state sottoposte a questa pratica o ne siano a rischio. Non esiste un linguaggio per parlarne, né con le loro coetanee né con gli insegnanti. E’ triste pensare che ci sono ragazze rinchiuse nel loro silenzio, nella loro impossibilità di comunicare il loro disagio o la loro paura, a seconda dei casi. E’ triste sapere che non esiste un luogo, una persona, un punto di riferimento visibile, accessibile per chi voglia manifestare il proprio dissenso o chiedere aiuto per non dover soccombere all’isolamento e al dolore. E’ triste non sapere che ci sono compagne di scuola, amiche che hanno subito una qualsiasi forma di mutilazione o che ne sono a rischio. Quale altro luogo se non la scuola, dovrebbe proporsi di educare in materia e di fare da tramite tra le ragazze (talvolta le bambine) e il medico o psicologo o operatore sociale?
Mi piacerebbe ricevere messaggi di insegnanti motivati che sentono l’importanza di questo argomento. Che lo sentano come esseri umani, come madri e padri, come donne e uomini, come educatori. Le MGF sono un problema di diritti umani, sono un abuso di minore, rientrano nella cosiddetta violenza di genere e pertanto vanno prevenute e ostacolate, qualunque sia il motivo per cui vengono ancora praticate.
Non è vero, cari insegnanti e dirigenti scolastici, che le MGF non costituiscono un argomento adatto alla scuola. I nostri figli sono quotidianamente bombardati da immagini e informazioni di violenze gratuite inaudite attraverso la televisione e i video giochi. Non mi porrei il problema che l’ argomento delicato possa ferire la loro sensibilità e procurargli disagio. Sono altre le cose su cui bisognerebbe interrogarsi. Dedicare una riflessione su una violazione così importante non può che fare del bene, non può che motivarli nella scelta di un percorso conoscitivo e responsabile oltreché manifestare empatia con compagne che sono o potrebbero essere vittima di MGF. Esistono i linguaggi e gli strumenti per lavorare con i ragazzi in modo che ogni informazione arrivi a destinazione con il migliore effetto. Basta crederci.
Amici insegnanti dovreste sentire la necessità di confrontarvi su questa tematica. Voi per primi, per poter incoraggiare i vostri studenti a prendere parte ad un dialogo pubblico aperto e non pregiudizevole. Qualche insegnante mi ha scritto dicendomi che parlarne a scuola di MGF potrebbe fare scatenare nuove forme di discriminazione. Sono in totale disaccordo con questa teoria. Non è più discriminante lasciare i ragazzi e le ragazze a rischio, vittime dell’ignoranza e sprovviste dei mezzi per poter dire di NO e difendersi da questa tortura? C’è poca fiducia nei ragazzi, loro sono dotati di un immaginario capace di muoversi con disinvolutra anche tra le tematiche più complesse.
La mia esperienza fuori dall’Italia, parlandone nelle scuole a ragazzi e insegnanti ha sortito diverse reazioni tutte positive: la curiosità, l’interesse, lo stupore nell’apprendere che esiste una realtà così importante, il desidero di sapere come fare a contrastare questa pratica. Bisogna investire nell’educazione di ragazze e ragazzi creando nella scuola spazi di confronto e dialogo attorno alle MGF che, ci tengo a sottolineare, sono un problema e una responsabilità che riguarda tutti, donne e uomini senza distinzione di religione, provenienza, età.

Pubblicata su Corriereimmigrazione

Thursday, 18 December 2014

YEWANDE OMOTOSO. EN PRÉSENCE DES OMBRES

Par Warscapes Entretien de Valentina A. Mmaka avec Yewande Omotoso.



Copyright Victor Dlamini
Les mots du grand écrivain somalien Nuruddin Farah à propos de Bom Boy, le premier roman de Yewande Omotoso, ne pourraient être plus justes : "C'est un roman tout en élégance, écrit par une jeune auteure porteuse d'une vraie promesse. Yewande Omotoso est une styliste avec une vision littéraire(1)". Yewande Omotoso a également été sélectionnée pour le Sunday Times Fiction Award et primée dans le cadre du South African Literary Award (SALA) en tant qu'auteure de langue anglaise publiée pour la première fois.
Partagée entre sa carrière d'architecte et son amour pour l'écriture, Yewande Omotoso est un exemple de conjugaison réussie de deux passions. Née à la Barbade, élevée au Nigéria et en Afrique du Sud, elle a grandi entourée d'une famille d'artistes. Son père, Kole Omotoso, est un écrivain et intellectuel nigérian et son frère, Akin Omotoso, est un acteur, réalisateur et producteur de films reconnu, découvert par une plus large audience pour ses rôles dans les films Blood Diamond et Lord of War.

Le roman de Yewande Omotoso raconte l'histoire de Leke, un orphelin abandonné par ses parents sur le banc d'un parc et adopté par une famille blanche. Après le décès de sa mère adoptive, il décide de quitter la maison pour s'installer dans un vieux garage et mener une vie indépendante. La toile de fond de l'histoire de Leke est l'Afrique du Sud moderne, un pays "entre deux", un lieu de complexités sociales, culturelles, économiques et politiques dans lequel vivre exige courage et responsabilité, et identité et conscience de soi semblent difficiles à construire. Le Cap se dévoile sous les semelles de Leke. A mesure que celui-ci déambule dans les rues, elles deviennent le miroir de ses propres déambulations. Le garçon, incapable de satisfaire aux exigences de sa société, nous livre à la fin une histoire différente, une histoire qui compte plus d'une issue, une histoire de possibilités et d'espoir. Yewande Omotoso met à nu le mince cordon reliant les populations démunies qui vivent en marge de la société sud-africaine. Lorsque l'identité est en question, l'absence de racines semble conduire à d'inévitables sables mouvants.

Valentina A. Mmaka : Yewande, vous avez la chance extraordinaire d'être un écrivain aux origines culturelles diverses. Vous êtes de la Barbade, vous avez grandi au Nigéria et vous vivez à présent en Afrique du Sud. Comme est-ce que toutes ces cultures s'invitent dans votre écriture ? 
Yewande Omotoso: Venant de cultures multiples, je crois que j'attribue surtout une grande valeur à la différence plutôt que de me sentir menacée par elle. J'ai tendance à écrire au sujet de personnes qui vivent en pays étranger, des personnes sans appartenance ou qui n'ont pas leur place, des visiteurs, des individus dont le rapport avec le contexte de l'histoire est ténu ou contestable. Pour des raisons évidentes, je connais bien ces situations. Cela dit, parce que c'est en Afrique du Sud que j'ai vécu le plus longtemps, au Cap précisément, il est plus facile pour moi d'y faire tenir mes histoires. Avec le temps, lorsque j'aurai acquis du savoir et serai devenue plus courageuse, j'espère installer des histoires plus solidement au Nigéria ou à la Barbade, mais il est impossible, en tant qu'écrivain, de feindre la familiarité avec un lieu, c'est en tous cas ce que je pense.


Valentina A. Mmaka: Pensez-vous que l'identité s'associe avec l'idée d'avoir des racines quelque part ? Que l'identité représente pour vous ? 
Yewande Omotoso: L'identité est une construction complexe faite de si nombreuses interprétations, expériences et projections, d'espoirs pour le futur. Et certes, une attache à un lieu géographique spécifique peut former une part de notre identité, mais il peut en aller tout autrement. En fait, le rejet d'une attache géographique peut également former notre identité. Je ne réfléchis pas trop à cela en ce sens que "l'identité", pour moi, se joue plus comme une ombre. C'est quelque chose d'organique qui s'est formé comme le résultat de toutes mes cultures, de mon éducation et de mes expériences. Je sais que mon ombre est là et à certains moments j'ai particulièrement conscience de sa présence, mais je n'ai pas besoin d'y revenir tout le temps.
Edward Saïd, citant le moine allemand du 12ème siècle Hugues de Saint-Victor, a écrit : "L'homme qui trouve sa patrie douce n'est qu'un tendre débutant; celui pour qui chaque sol est comme le sien propre est déjà fort; mais celui-là seul est parfait pour qui le monde entier est comme un pays étranger". Comment réagissez-vous à ces mots ? Est-ce que cela pourrait correspondre à votre propre expérience ?
Cela me fait penser à une contradiction dans laquelle je me retrouve souvent, celle de pouvoir et ne pas pouvoir appartenir dans le même temps. "Appartenir" est un dessein tant poursuivi au cours de l'expérience humaine pour le confort, la sécurité et les liens acquis à travers lui. Ce qui est intéressant dans cette citation est qu'elle présente l'option d'être un éternel étranger comme la meilleure, non pas celle d'appartenir quelque part. Je peux me voir dans les trois portraits évoqués dans la citation, et si je suis fascinée par le classement repris par Edward Saïd, il ne m'est pas aisé pour autant d'établir quel état d'être se place au-dessus de l'autre ni de dire pourquoi. A ce stade de ma vie, je considère cette question trop complexe pour avoir un avis certain.


Valentina A. Mmaka - Vous êtes arrivée au Cap en 1992, juste deux ans avant que l'Afrique du Sud ne déclare l'abolition de l'Apartheid. Comment a été votre première confrontation avec ce pays en tant qu'enfant ? Comment percevez-vous l'Afrique du Sud aujourd'hui ? Venant du Nigéria et d'une famille aux racines multiples, vous êtes-vous parfois sentie "différente" ?
Yewande Omotoso - Pour la fillette de 11 ans que j'étais, l'Afrique du Sud était principalement l'endroit où "on n'aimait pas les Noirs". D'abord confuse sur les raisons de mon père à vouloir que nous vivions là, je me suis ensuite réjouie à l'idée de vivre quelque chose de nouveau. Durant les premiers mois, nous avons vécu à Belleville, dans un Holiday Inn, le temps que mes parents achètent une maison et que, mes frères et moi, nous nous adaptions à l'école. Cela a été un choc culturel. Je ne parvenais pas à saisir totalement ce qui se jouait au moment de notre arrivée : les tensions accumulées, l'horreur de l'apartheid et ce qu'elle a laissé derrière elle. Nous n'avions pas notre place. Il m'a fallu trois ans pour me faire des amis. Aujourd'hui, l'Afrique du Sud est ma maison, j'ai des amis sud-africains qui comptent parmi mes plus proches et je me préoccupe du futur de l'Afrique du Sud comme n'importe quel autre Sud-Africain. Je me vois comme quelqu'un qui peut participer et contribuer aux efforts pour faire de ce pays un lieu meilleur.

Valentina A. Mmaka - Pouvez-vous me donner trois bonnes raisons qui font de l'Afrique du Sud un bon endroit où vivre ?
Yewande Omotoso - C'est un pays qui a une histoire unique. En tant qu'écrivain, comme tout le monde au fond, c'est formidable de vivre dans un lieu où se mêlent toutes les complications imaginables s'agissant des relations humaines. Et aussi de pouvoir apprendre de l'expérience que vit l'Afrique du Sud en temps réel, d'être le témoin de ses succès et d'apprendre de ses écueils, et finalement d'aider à rendre le pays meilleur. C'est un beau pays, "beau au-delà de tout ce que l'on peut chanter" comme le décrit Alan Paton(2). Même si l'Afrique du Sud est aux prises avec son futur alors qu'elle cherche à se dégager de toute cette corruption, il y a tellement de choses qui marchent bien dans ce pays : une formidable infrastructure routière, des transports à la pointe de la technologie, ainsi que de nombreux équipements que je considère basiques, comme l'eau ou l'électricité, mais qui sont loin d'être tenus pour acquis dans d'autres pays africains.

Valentina A. Mmaka - Avez-vous déjà songé à vivre ailleurs, dans un lieu qui serait plus adapté à votre travail d'écrivain ?
Yewande Omotoso - J'y songe souvent. En ce moment j'ai l'esprit assez aventurier pour avoir envie de voyager et même partir. Mais aucun lieu précis ne me vient en tête pour le moment. L'Afrique du Sud est pratique, c'est le lieu de vie de tous les membres de ma famille proche.
Quand avez-vous commencé à écrire ?  A qui devez-vous ce talent pour l'écriture ?
Je me souviens que j'écrivais des petits livres à la main et que mon cousin faisait les illustrations. Je devais avoir sept ou huit ans. Les histoires étaient clairement très mauvaises ! Sinon, oui, disons que le fait de grandir dans une maison d'écrivains et de lecteurs, ou bien quand je pense à la quantité de lectures dont nous avons bénéficié mes frères et moi à l'heure du coucher, ainsi qu'à toutes ces machines à écrire qui trainaient dans la maison, oui je pense que tout cela a eu une grande influence sur moi.

Valentina A. Mmaka - Quels écrivains constituent vos sources d'inspiration ? 
Yewande Omotoso - J'ai beaucoup lu Rosa Guy petite fille et plus tard Toni Morrison, à l'adolescence. D'autres livres comme Une si longue lettre(3), ont aussi eu une influence énorme sur moi.

Valentina A. Mmaka - Avez-vous d'autres auteurs africains ou des Caraïbes en tête ?
Yewande Omotoso - Zee Edgell, George Lamming et Martin Carter, pour ne citer qu'eux.

Valentina A. Mmaka - Il y a pour chacun de nous un livre qui a changé notre façon de voir la vie, un livre qui nous a ouvert d'autres perspectives sur la vie et ses intersections complexes. Quel a été le vôtre ? 
Yewande Omotoso - La danse Yoruba, de Simi Bedford. Je devais avoir onze ans quand je l'ai lu. C'est l'un de mes livres favoris. J'ai vraiment eu l'impression que c'était ma propre histoire qui était écrite.

Valentina A. Mmaka - Quand vous étiez enfant, est-ce que quelqu'un vous racontait des histoires ? Dans les cultures d'Afrique et des Caraïbes, raconter des histoires a toujours eu une place importante dans la vie de tous les jours et c'est encore le cas aujourd'hui. Vous souvenez-vous d'une histoire en particulier qui vous aurait poussée à devenir écrivain ?
Yewande Omotoso - Mes parents sont de grands conteurs et de grands lecteurs. Nous nous asseyions souvent en famille pour écouter mon père nous lire des histoires en anglais et parfois en yoruba. Je ne sais pas si le lien est si évident avec mon envie d'écrire. Je ne me souviens pas avoir écouté des histoires et m'être dit en les écoutant que je voulais devenir écrivain, mais je me souviens que je les adorais. Mais autrement, bien sûr, écrire c'est comme quelque chose qui a toujours été là et possible.


Valentina A. Mmaka - Bom Boy a reçu un très bon accueil de la part de la critique et des lecteurs. Où est-ce que Bom Boy est né ? Quand est-ce que Leke, son personnage principal, a pris forme ?
Yewande Omotoso - Dans le courant de 2008, j'ai commencé à imaginer un personnage en marge de la société, un individu un peu singulier. Et dans mes efforts pour cerner cette singularité, ce personnage, Leke, est apparu. Mais les choses ne viennent pas toujours si facilement. Leke est devenu Leke bien plus tard. Le personnage avec qui j'ai commencé s'appelait Femi, il était un peu violent, il pouvait même saisir des jeunes femmes et les blesser. Avec les années, après avoir étudié des personnages similaires, je l'ai renommé Leke. Finalement, il n'est pas vraiment violent, juste seul et troublé.

Valentina A. Mmaka - Lorsque la mère adoptive de Leke meurt, le monde devient trop douloureux pour lui. Qu'est-ce qui nous rend peu préparé aux défis du monde qui nous entoure ? 
Yewande Omotoso - Je ne suis pas certaine de savoir. Qu'est-ce qui rend chacun de nous peu préparé aux défis du monde ? Je pense que pour Leke, le monde était dangereux, il représentait une menace. Leke se montre à nous comme quelqu'un d'effrayant, mais en réalité c'est lui qui est terrifié et qui se terre. Il s'arrange pour que sa vie soit à sa portée. Si sa mère avait vécu, s'il avait trouvé un moyen de se sentir plus en sécurité, les événements de sa vie auraient peut-être été différents. Mais à mesure qu'il apprend plus sur lui-même et son héritage, il a l'air de trouver un semblant de stabilité.

Valentina A. Mmaka - Pensez-vous que dans une société complexe telle que l'Afrique du Sud, le risque soit important d'observer de nombreux jeunes comme Leke aux prises avec la réalité dans laquelle ils sont?
Yewande Omotoso - Je ne me sens pas vraiment outillée pour parler au nom des jeunes sud-africains. En général, tout de même, c'est dur d'être un jeune ! On essaie d'assembler des morceaux et on fait des erreurs. Le sentiment de perte d'identité, peut-être l'absence de modèles et une tendance à se laisser dériver peuvent créer beaucoup de Leke, des êtres instables, déconnectés de leur propre histoire et d'eux-mêmes.

Valentina A. Mmaka - Quelle importance donnez-vous au lieu dans un récit ?
Yewande Omotoso - Je pense que le lieu joue énormément dans un récit. Je ne sais pas si j'aurais écrit Bom Boy si je n'avais pas vécu en Afrique du Sud, j'en doute. J'imagine que j'aurais écrit autre chose. L'histoire de Leke est très spécifique, elle parle d'un être à la dérive qui vit en marge de la société plutôt que dans une communauté reconnue.

Valentina A. Mmaka - Modjaji Books est une maison d'édition indépendante basée en Afrique du Sud. Comment êtes-vous entrée en contact avec elle ? Avez-vous cherché d'autres éditeurs ? Etait-ce difficile ? Beaucoup d'auteurs qui désirent se faite publier pour la première fois trouvent le processus de contact avec les éditeurs très pénible. Comment cela s'est-il passé pour vous ?
Yewande Omotoso - Un ami m'a suggéré Modjaji et je suis allée sur leur site web. J'ai consulté la liste des livres qu'ils avaient publiés et j'ai décidé de leur envoyer mon manuscrit avec mon C.V. Je m'étais préparée à un refus mais allez savoir pourquoi j'ai eu de la chance, ils ont accepté mon manuscrit. Je n'ai pas cherché d'autres éditeurs.

Valentina A. Mmaka - Comment est-ce d'être une femme écrivain en Afrique du Sud ? Quelles sont les difficultés principales ? Parvenez-vous à nouer des relations avec d'autres auteurs ?
Yewande Omotoso - C'est une question difficile. Je me sens très privilégiée sur une variété d'aspects, ce qui veut dire que je ne traque pas forcément le préjugé pour analyser des faits qui se produisent. Je ne suis pas constamment en train de me dire que je suis une femme écrivain noire, je suis d'abord moi et le reste est du détail qui m'accompagne. Ceci dit, il y a effectivement des besoins à couvrir, en particulier auprès des jeunes femmes écrivains qui vivent dans des zones éloignées des villes et qui n'ont pas nécessairement de dictionnaires à elles ; des femmes qui ont de formidables histoires à raconter. Il faut que nous trouvions toujours plus de moyens pour capter ces voix et les encourager. Je vois cela comme ma responsabilité, autant que celle du gouvernement, des éditeurs et des membres de la communauté des écrivains.

Valentina A. Mmaka - Vous avez participé à deux ateliers d'écriture : le Creative Writing Group qui s'est tenu à l'University of Cape Town(4) et le Farafina Writing Workshop au Nigéria organisé l'été dernier(5) sous la direction de deux écrivains, le kenyan Binyavanga Wainaina et la nigérianne Chimamanda Ngozi Adichie. Quelle a été votre expérience ?
Yewande Omotoso - Les deux ateliers auxquels j'ai participé se sont déroulés après la publication de Bom Boy. Le Caine Prize Workshop et le Farafina Workshop ont une organisation très différente. Pour le premier, on doit soumettre une nouvelle à l'issue des dix jours que dure l'atelier. Le second n'a pas cette exigence. Cette distinction permet d'engranger différents apprentissages. Le Caine occasionne une certaine pression, car une fois le travail soumis il n'est plus possible de revenir dessus ni de stopper sa publication. Par conséquent il faut travailler dur et longuement pour être sûr que l'on ne regrette pas ce que l'on présente. J'ai appris beaucoup durant cet atelier sur comment travailler et retravailler un texte continuellement. J'ai également bénéficié du très grand talent des autres écrivains présents à cet atelier. Le Farafina Workshop a été un moment très spécial pour moi, un peu du fait de mon admiration pour Chimamanda Ngozi Adichie, et sans doute aussi parce qu'il s'est déroulé dans mon pays d'origine. J'ai beaucoup apprécié l'absence de pression à produire un texte abouti. Il y avait donc du temps pour de longues discussions sur l'écriture, pour les exercices pratiques qui nous étaient assignés, et pour les lectures que nous avions à faire. Etaient aussi présents de formidables écrivains aux côtés de Chimamanda, qui émettaient des critiques sur notre travail et échangeaient des idées avec nous. J'ai appris énormément et par-dessus tout j'ai rencontré vingt-et-un jeunes écrivains dont la plupart sont restés mes compagnons d'écriture après cet évènement. Dans ces deux expériences, les séances de critiques en groupe ont été terrifiantes mais elles ont procuré aussi des enseignements inestimables. Un ami écrivain dit toujours qu'il faut se débarrasser de son ego si l'on veut devenir un bon écrivain. Que l'on devrait toujours nourrir de l'admiration pour d'autres auteurs et apprendre d'eux plutôt que d'en être jaloux.

Valentina A. Mmaka - Comment est-ce que vous jonglez entre votre métier d'écrivain et celui d'architecte ? Pensez-vous que ces deux formes d'art s'influencent l'une l'autre ?
Yewande Omotoso - En ce moment je consacre l'essentiel de mon temps à mon métier d'écrivain. Il y a sans aucun doute un lien entre les deux et j'ai le sentiment que ma formation d'architecte joue un très grand rôle dans mon écriture, peut-être même au-delà de ce que j'en perçois.

Valentina A. Mmaka - On demande toujours aux écrivains quels conseils ils donneraient à des personnes souhaitant débuter l'écriture, et classiquement la réponse est lire et écrire. Est-ce qu'il y a un conseil plus spécifique ou personnel que vous pourriez ajouter pour quelqu'un qui voudrait devenir écrivain?

Yewande Omotoso - Mis à part lire, lire, lire et écrire (lire plus qu'écrire à mon avis), il faut aussi être courageux. C'est effrayant de produire quelque chose et d'avoir à le présenter au monde, particulièrement quand on y a mis son cœur.
Aussi, il faut maintenir une discipline et avoir un certain degré d'organisation. Enfin, ce qui est crucial, c'est de trouver un lecteur, quelqu'un en qui on a confiance (qui peut être aussi écrivain). Cela doit être quelqu'un qui sait comment formuler une critique sans déconstruire le travail car ces débuts sont des moments très délicats où l'on est aussi très vulnérable.



(1)Mots qui accompagnent le livre sur le blurb, bandeau de promotion sur lequel un auteur de renom fait l'éloge d'un écrivain peu connu (ndlt
(2)Ecrivain sud-africain qui a milité contre l'apartheid (ndlt).
(3)Une si longue lettre, Mariama Bâ, Le serpent à Plumes, 1979 (ndlt).
(4)Dans le cadre du Caine Prize (ndlt).
(5)En 2013 (ndlt).
Texte original sur www.warscapes.com

Traduction pour Africultures : Sonia Sehil

Tuesday, 25 November 2014

Asking Kenyan Govt. to teach what is FGM in school to eradicate it.


To the President of Kenya Uhuru Kenyatta
To the Ministry of Health James Wainaina Macharia
To the Ministry of Education Jacob Thuranira Kaimenyi 
To the Anti-Female Genital Mutilation Board . Govt Kenya  Linah Kilimo
To the Secretary of UN Ben-Ki Moon
To the Ministry of Gender



The are between 140 to 160 millions of women in the world have undergone Female Genital Mutilation, 3 million girls are  at risk every year only in the African continent. We do not need a treaty or a convention to acknowledge the irreversible health problems, which FGM leads to. Just as a mean of general understating, the main risks go from genital infections, to fistula, from heavy hemorrhages to complications during childbirth, from painful intercourse and menstruation to infertility, from septicemia to death. Without including the tremendous psychological effects of it: depression, sense of loss, lack of desire, anxiety, to mention some.  FGM for the above reasons has to be condemned as a violation of children’s and women rights.
The main justifications for FGM are religion and culture. No religion has ever demanded FGM to be practiced and culture is a transformative process which can change as we change and can’t be supportive of a crime such as FGM. 
In culture, people represent and identify themselves. In culture, people feel “safe”. Practicing communities say it is tacitly known that girls must undergo FGM when they reach the right age, as a way out from childhood to womanhood because culture demands it. But what happens when culture generates violence. Yes, violence is cultural. Violence does not exist in nature, so it is a cultural construct and as FGM is a form of abuse as it violates the basic rights and integrity of girls and women, it is a form of violence. We need to acknowledge that there’s no other way to eradicate violence (any form of violence) if not through culture itself. It is a big deal, indeed, because it requires a lot of guts to discuss one’s people principles and at the same time open to different perspectives on issues, which past generations gave for granted.
When communities object that FGM is unchangeable, they should try and look back at their history and see how many things have been modified since they were moving from land to land looking for pastures for their herds. It was in Kenya that Somali writer Nuruddin Farah said:  Today in Somalia ( which is also one of the countries in Africa with the highest rate of FGM) – people use I- phones and I -pads, is that not a sign of cultural change? So why they can’t change also their perception of FGM? This iworks for Kenya as well.
In a digital world where information and knowledge is accessible on a mass scale, where the “other” become more easily the mirror for ourselves, it is more difficult to think at culture as a static unchangeable thing.  If culture shows the symptoms of not changing, in a case where FGM is still justified as “cultural”, it is perhaps because is used by politics to control over women’s lives, suppressing gender equality, continuing to support the patriarchal system. Eradicating FGM is a call to revise culture, to change politics through culture (and not the other way around). It is about promoting a holistic vision through which occupy a new space and have impact, where tradition and innovation can stand side by side. 
Eradicating FGM should not be seen as a threat to people's culture. On the contrary acknowledging the danger of the practice, the inhuman conditions in which women are forced to live throughout their lives and protecting children from such an horrible abuse, is a way to change culture eradicating the bad of it and preserving only the good. Cultures and people changes, are mutable and transformative... people make and change culture not the other way around... 
We ask the Government of Kenya to ensure that  FGM is taught in all the schools of the country (in rural and urban areas), using adequate tools to engage with the students according to age, like educational workshops and the arts.  Children of today are the change makers of tomorrow. It’s necessary to provide girls of a proper education about FGM so that they can protect themselves and live a complete life.
If the children of today can acknowledge what FGM is, and what are the risks and consequences of this practice, tomorrow we could live in a world free of FGM. Children can educate their parents and together raise a public dialogue where FGM won't be a taboo anymore but part of a pro active discussion and confrontation on how to build a sustainable future for the country where children and women will be free of this form of abuse.  
IF YOU WANT TO SUPPORT THE CAUSE YOU CAN SIGN THE PETITION HERE